Domenica 26 Luglio ’20, la Santa Messa sarà celebrata alle ore 8.30 nella chiesa di S. Pietro.

Brani della XIX Domenica dopo Pentecoste:

Asperges meKyriale pag. 6
Kyrie – Gloria – Sanctus – Agnus Dei   (Missa XI Orbis factor – In Dominicis per AnnumKyriale pag. 46
Credo IKyriale pag. 67
Communio – Ubi caritas et amorCantus Selecti pag. 17
Finale – Stabat MaterCantus Selecti pag. 126

VIII domenica dopo Pentecoste

(Rm 8,12-17; Lc 16,1-9)

Belluno, chiesa di s. Pietro, 26 luglio 2020

‘Amministratore, amministratore; amministratore e non padrone’: queste parole dovrebbero risuonare chiare e forti nella mente dell’uomo, capaci di informare, cioè di dare forma, al suo pensiero e al suo modo di essere e di agire. Perché l’uomo è un ‘amministratore’. Gesù raccontò la parabola che abbiamo ora ascoltato per ricordare all’uomo questa realtà, ciò che l’uomo veramente è, così che non abbia a sbagliarsi.

Per istinto l’uomo tende a farsi ‘padrone’, padrone di tutto: delle cose, del tempo, di se stesso, delle altre persone, del proprio e altrui destino. ‘Padrone’. Ma questa non è la verità dell’uomo; verità dell’uomo è che, come dice san Paolo nella lettera a Timoteo: “Nulla abbiamo portato in questo mondo e nulla possiamo portarne via” (1Tm 6,7); ed è ciò che dice Gesù: “non avete il potere di rendere bianco o nero un solo capello” (Mt 5,36), “chi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla propria vita?” (Mt 6,27). Non siamo ‘padroni’; infatti, quante cose ci sfuggono per quanto cerchiamo di dominarle e per quanto cerchiamo di tenere tutto sotto controllo!… “Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? -chiede san Paolo- e se l’hai ricevuto -ammonisce- perché ti comporti come se non l’avessi ricevuto?” (1Cor 4,7). Siamo semplici amministratori.

L’errore dell’amministratore della parabola fu quello di non essersi considerato tale, e di aver usato i beni del padrone come se ne fosse padrone lui, avendoli, pertanto, usati a proprio talento e piacimento. E quale fu il risultato? Si fece del male, perse il posto di lavoro e venne a trovarsi in difficoltà: “Cosa faccio ora? Non ho la forza di zappare, e a chiedere l’elemosina mi vergogno”. Quando l’uomo si atteggia a padrone di ciò che non è suo, ma di Dio (solo affidatogli da Dio), si fa del male e fa del male.

Domandiamoci: che cosa sta alla base dell’atteggiamento di farsi ‘padroni’ e a non rimanere, invece, solo ‘amministratori’? Sta la cosa più terribile e più sbagliata che ci sia: sta il voler mettersi al posto di Dio, il sostituirsi a lui, il voler farsi ‘Dio’. E’ il peccato di superbia. E’ l’orgoglio così profondamente incarnato in noi, di cui spesso neppure abbiamo coscienza e consapevolezza, che tende a comandarci e a determinarci, a nostra rovina.

Il prossimo 10 ottobre 2020 verrà beatificato, ad Assisi, un giovani di 15 anni, Carlo Acutis, morto nel 2006, di leucemia fulminante. Era un ragazzo pieno di vita, amante dello sport e dei moderni strumenti di comunicazione sociale, tanto da essere proposto come patrono di internet. Il suo motto di vita spirituale, annotato nel quaderno dei suoi appunti, era “Dio, non io”. Dio il Supremo, non lui; Dio il Signore e il padrone di tutto, non lui. Non lui padrone del suo tempo, che impiegava con assiduità nello studio e nella carità verso i poveri, ma Dio; non lui padrone delle sue amicizie, nelle quali teneva dentro sia amici simpatici che antipatici, ma Dio; non lui padrone della sua sessualità e del suo corpo, che conservava puro e casto, ma Dio. “Dio, non io”!

E’ così facile ‘decapitare’ Dio…; togliergli la ‘D’ con cui inizia il suo nome, e scadere nell’‘io’; ma è la rovina per l’uomo. Perché solo nel vivere e nell’amministrazione dei beni di questo mondo secondo il volere e le indicazione di Dio, il Padrone, l’uomo trova la via giusta, il modo giusto di vivere e di costruire. Solo se sa stare al suo posto di fedele e obbediente ‘amministratore’, e non di superbo e sbagliato ‘padrone’.

don Giovanni Unterberger

26 Luglio ’20 – VIII Domenica dopo Pentecoste